mercoledì 21 novembre 2007

IL PICCOLO PRINICiPE


"Sire, su che cosa regnate?"
"Su tutto", rispose il re con grande semplicita'.
"Su tutto?" Il re con un gesto discreto indico' il suo pianeta, gli altri pianeti, e le stelle.
"Su tutto questo?" domando' il piccolo principe.
"Su tutto questo..." rispose il re.
Perche' non era solamente un monarca assoluto, ma era un monarca universale.
"E le stelle vi ubbidiscono?"
"Certamente", gli disse il re. "Mi ubbidiscono immediatamente. Non tollero l'indisciplina".
Un tale potere meraviglio' il piccolo principe. Se l'avesse avuto lui, avrebbe potuto assistere non a quarantatre' , ma a settantadue, o anche a cento, a duecento tramonti nella stessa giornata, senza dover spostare mai la sua sedia! E sentendosi un po' triste al pensiero del suo piccolo pianeta abbandonato, si azzardo''a sollecitare una grazia dal re: "Vorrei tanto vedere un tramonto... Fatemi questo piacere... Ordinate al sole di tramontare..."
"Se ordinassi a un generale di volare da un fiore all'altro come una farfalla, o di scrivere una tragedia, o di trasformarsi in un uccello marino; e se il generale non eseguisse l'ordine ricevuto, chi avrebbe torto, lui o io?"
"L'avreste voi", disse con fermezza il piccolo principe.
"Esatto. Bisogna esigere da ciascuno quello che ciascuno puo' dare", continuo' il re. "L'autorita' riposa, prima di tutto, sulla ragione. Se tu ordini al tuo popolo di andare a gettarsi in mare, fara' la rivoluzione. Ho il diritto di esigere l'ubbidienza perche' i miei ordini sono ragionevoli".
"E allora il mio tramonto?" ricordo' il piccolo principe che non si dimenticava mai di una domanda una volta che l'aveva fatta.
"L'avrai, il tuo tramonto, lo esigero', ma, nella mia sapienza di governo, aspettero' che le condizioni siano favorevoli".
"E quando saranno?" s'informo' il piccolo principe.
"Hem! hem!" gli rispose il re che intanto consultava un grosso calendario, "hem! hem! sara' verso, verso, sara' questa sera verso le sette e quaranta! E vedrai come saro' ubbidito a puntino".
Il piccolo principe sbadiglio'. Rimpiangeva il suo tramonto mancato. E poi incominciava ad annoiarsi.
"Non ho piu' niente da fare qui", disse il principe. "Me ne vado".
"Non partire", rispose il re che era tanto fiero di avere un suddito, "non partire, ti faro' ministro!"
"Ministro di che?"
"Di... della giustizia!"
"Ma se non c'e' nessuno da giudicare?"
"Non si sa mai" gli disse il re. "Non ho ancora fatto il giro del mio regno. Sono molto vecchio, non c'e' posto per una carrozza e mi stanco a camminare".
"Oh! ma ho gia' visto io", disse il piccolo principe sporgendosi per dare ancora un'occhiata sull'altra parte del pianeta. "Neppure laggiu' c'e' qualcuno".
"Giudicherai te stesso", gli rispose il re. "E' la cosa piu' difficile. E' molto piu' difficile giudicare se stessi che gli altri. Se riesci a giudicarti bene e' segno che sei veramente un saggio".
"Io", disse il piccolo principe, "io posso giudicarmi ovunque. Non ho bisogno di abitare qui". "Hem! hem!" disse il re. "Credo che da qualche parte sul mio pianeta ci sia un vecchio topo. Lo sento durante la notte. Potrai giudicare questo vecchio topo. Lo condannerai a morte di tanto in tanto. Cosi' la sua vita dipendera' dalla tua giustizia. Ma lo grazierai ogni volta per economizzarlo. Non ce n'e' che uno".
"Non mi piace condannare a morte", rispose il piccolo principe, "preferisco andarmene".
"No", disse il re.
Ma il piccolo principe che aveva finiti i suoi preparativi di partenza, non voleva dare un dolore al vecchio monarca: "Se Vostra Maesta' desidera essere ubbidito puntualmente, puo' darmi un ordine ragionevole. Potrebbe ordinarmi, per esempio, di partire prima che sia passato un minuto. Mi pare che le condizioni siano favorevoli..." E siccome il re non rispondeva, il piccolo principe esito' un momento e poi con un sospiro se ne parti'.
"Ti nomino mio ambasciatore", si affretto' a gridargli appresso il re. Aveva un'aria di grande autorita'.
"Sono ben strani i grandi", si disse il piccolo principe durante il viaggio.

giovedì 1 novembre 2007

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«No! Ho paura! Zorba! Zorba!» stridette Fortunata beccando le mani dell'umano.
Aspetta. Posala sulla balaustra» miagolò Zorba.
«Non avevo intenzione di buttarla giù» disse l'umano.
«Ora volerai, Fortunata. Respira. Senti la pioggia. E' acqua. Nella tua vita avrai molti motivi per essere felice, uno di questi si chiama acqua, un altro si chiama vento, un altro ancora si chiama sole e arriva sempre come una ricompensa dopo la pioggia. Senti la pioggia. Apri le ali» miagolò Zorba.


La gabbianella spiegò le ali. I riflettori la inondavano di luce e la pioggia le copriva di perle le piume. L'umano e il gatto la videro sollevare la testa con gli occhi chiusi.
«La Pioggia. L'acqua. Mi piace!» stridette.
«Ora volerai» miagolò Zorba.
«Ti voglio bene. Sei un gatto molto buono» stridette Fortunata avvicinandosi al bordo della balaustra.
«Ora volerai. Il cielo sarà tutto tuo» miagolò Zorba.
«Non ti dimenticherò mai. E neppure gli altri gatti» stridette lei già con metà delle zampe fuori dalla balaustra, perchè come dicevano i versi di Atxaga, il suo piccolo cuore era lo stesso degli equilibristi.
«Vola!» miagolò Zorba allungando una zampa e toccandola appena.


Fortunata scomparve alla vista, e l'umano e il gatto temettero il peggio. Era caduta giù come un sasso. Col fiato sospeso si affacciarono alla balaustra, e allora la videro che batteva le ali sorvolando il parcheggio, e poi seguirono il suo volo in alto, molto più in alto della banderuola dorata che corona la singolare bellezza di San Michele.


Fortunata volava solitaria nella notte amburghese. Si allontanava battendo le ali con energia fino a sorvolare le gru del porto, gli alberi delle barche, e subito dopo tornava indietro planando, girando più volte attorno al campanile della chiesa.
«Volo! Zorba! So volare!» strideva euforica dal vasto cielo grigio.
L'umano accarezzò il dorso del gatto.
«Bene, gatto. Ci siamo riusciti» disse, sospirando.
«Si, sull'orlo del baratro ha capito la cosa più importante» miagolò Zorba.
«Ah si? E cosa ha capito?» chiese l'umano.
«Che vola solo chi osa farlo» miagolò Zorba.
«Immagino che adesso tu preferisca rimanere solo. Ti aspetto giù» lo salutò l'umano.


Zorba rimase a,contemplarla finché non seppe se erano gocce di pioggia o lacrime ad annebbiare i suoi occhi gialli di gatto nero grande e grosso, di gatto buono, di gatto nobile, di gatto del porto.

Ho scritto questo piccolo brano tratto da "Storia di una gabbianella e del gatto che le insegnò a volare" di Luis Sepulveda , innanzi tutto perchè mi è piaciuto tanto il libro e poi perchè trovo che sia un passo molto significativo. Sono pienamente d'accordo con la frase "che vola solo chi osa farlo", il problema è che spesso, e parlo anche per me, le persone sono frenate dalla paura di sbagliare o di cadere e di non avere la forza per rialzarsi, costringendosi così ad accontentarsi.... E' però fondamentale capire che è dai piccoli rischi che possono nascere le soddisfazioni più grandi!! Infine l'autore ha messo anche in risalto il valore dell'amicizia e dell'importanza di aiutare gli altri, aldilà di qualsasi tipo di diversità.